Signor Presidente, signori membri del Governo, il decreto-legge sulla semplificazione fiscale è un provvedimento particolarmente importante che si pone in linea, almeno teoricamente, con una impostazione economica autenticamente liberale e che si inquadra nell'ambito dei vari provvedimenti varati dal Governo Monti per risanare i conti pubblici e avviare la ripresa economica e produttiva.
Va però sottolineato che, a tale riguardo, l'obiettivo del risanamento della finanza pubblica è stato perseguito, finora, dal Governo tecnico soprattutto con inasprimenti fiscali e, molto meno, con tagli di spesa.
L'unica vera riduzione di spesa strutturale è stata la riforma del sistema pensionistico; tutto questo ha determinato un aumento della pressione fiscale, peraltro già elevata, il che rappresenta un obiettivo ostacolo per la ripresa economica e dell'occupazione.
Appare necessario correggere la rotta perché una pressione fiscale troppo elevata non può che essere un freno agli investimenti e allo sviluppo.
L'azione del Governo deve essere, quindi, indirizzata maggiormente sul versante del taglio della spesa pubblica, ovviamente di quella improduttiva, sia a livello centrale, che regionale, che locale.
Rispetto all'obiettivo delle semplificazioni fiscali, premettendo che questa è una condizione imprescindibile per rendere più vicino agli standard europei il funzionamento del sistema Italia e migliorare la qualità della vita dei cittadini, appare necessario, però, porsi due domande: quelle a cui punta il Governo sono contenute, tutte, in questo decreto-legge e in quello appena tramutato in legge sulle semplificazioni burocratiche? I vari provvedimenti che il Governo sta mettendo in campo, rispondono ad un vero e proprio progetto per il rilancio del Paese?
Sono questi due interrogativi necessari, alla luce della consapevolezza che le semplificazioni, così come il taglio delle spese improduttive, devono essere provvedimenti strutturali, finalizzati a recuperare lo spazio finanziario necessario per ridurre - e sottolineo per ridurre - il carico fiscale sui cittadini e sulle imprese. Questo al fine di riavviare la domanda interna e soprattutto di rendere più competitive le nostre imprese sui mercati mondiali.
Si tenga presente che nel 2012 la pressione fiscale toccherà il livello record del 45 per cento e, secondo alcuni, questo limite verrà anche superato. Siamo di fronte a uno degli indici più alti d'Europa che, oltretutto, rappresenta, davvero, un record nel nostro Paese.
A ciò si aggiunge il fatto che i salari dei lavoratori italiani sono tra i più bassi d'Europa. Evidentemente, come detto, queste condizioni non possono, certamente, essere la base su cui fondare la necessaria ripresa.
Va ricordato, poi, che le misure adottate fino ad ora dal Governo tecnico si sono riverberate, in particolare, sul ceto medio della popolazione italiana, su tutta quella fascia di cittadini, lavoratori dipendenti, pubblici e privati che vive del proprio stipendio.
Così come particolarmente colpite risultano essere le piccole e medie imprese, messe di fronte a una crisi drammatica di credito, a continui ritardi nei pagamenti da parte dalle pubbliche amministrazioni e sottoposte, anch'esse, ad un carico fiscale difficilmente sopportabile. Un settore, quello a cui mi riferisco delle piccole e medie imprese, gravato, poi, da carichi burocratici troppo spesso pesanti, per cui diventa difficile, in Italia, non solo aprire una attività, ma anche mantenerla aperta.
Secondo i dati diffusi dalla CGIA di Mestre, se nel 2004 le aziende che non superavano i cinque anni di apertura erano il 45,4 per cento del totale, cinque anni dopo la percentuale sale al 49,6 per cento. Sempre la CGIA di Mestre rileva che il 58 per cento dei nuovi posti di lavoro è creato dalle imprese con meno di dieci addetti e che, come risulta dai dati ISTAT, il 60 per cento dei giovani italiani neoassunti nel 2011, è stato assorbito da micro imprese con meno di quindici addetti.
Di fronte a questo scenario, e alla luce del fatto che dopo questi diversi provvedimenti adottati dal Governo il debito pubblico non sta calando, ritorna il secondo degli interrogativi posti: qual è il progetto per il Paese che si vuole perseguire? È sufficiente il rigore? È stato ben calibrato e distribuito?
Alla luce di queste considerazioni e di questa consapevolezza, come Popolo della Libertà, siamo intervenuti in materia di IMU, con la consapevolezza che la sua rateizzazione può rappresentare un alleggerimento per molte famiglie italiane, con la convinzione che questa imposta resti culturalmente iniqua, e che superata la fase acuta della crisi si debba fare in modo che venga definitivamente eliminata.
Restiamo convinti, infatti, che la prima casa non può rappresentare una fonte di reddito, perché rappresenta il luogo primario dove si svolge la vita familiare, il luogo degli affetti, della vita più cara e più intima di ognuno di noi.
Siamo, quindi, di fronte ad un provvedimento complesso, assai articolato, ma non sufficiente per rispondere al primo degli interrogativi posti, perché rappresenta solo un elemento di contorno rispetto a quella che è, o meglio dovrebbe essere, la politica in campo fiscale di questo Governo.
Lo sosteniamo perché è certamente utile allentare la morsa sui contribuenti, consentendo loro un maggiore respiro, soprattutto attraverso maggiori possibilità di rateizzazione dei debiti fiscali e limitando i poteri di pignoramento degli immobili da parte dell'amministrazione finanziaria.
Ma quello che è necessario è una più drastica semplificazione dell'insieme delle imposte che gravano su cittadini ed imprese, i quali non devono essere chiamati ad affrontare nel corso dell'anno troppi adempimenti di natura fiscale e parafiscale, questo sia per non essere vessati inutilmente come cittadini e come imprese con adempimenti che rappresentano, obiettivamente, costi aggiuntivi, sia per rendere chiaramente intelligibile ai contribuenti qual è la vera pressione che grava su di loro.
Sappiamo responsabilmente che ridurre la pressione fiscale oggi non pare realisticamente possibile, ma è necessario intervenire sulla spesa pubblica diminuendola, anche per evitare il rischio di un suo ulteriore aumento, che sarebbe, per i cittadini italiani, davvero insopportabile.
Sosteniamo, quindi, - e mi avvio alla conclusione - il decreto fiscale votando la fiducia, perché contribuisce a completare gli interventi necessari a fronteggiare il quadro emergenziale, ma restiamo convinti che sia giunto il momento di pensare a formulare proposte articolate e condivise - e sottolineo condivise - che vadano nella direzione della crescita e dello sviluppo.